Giorno 13 in Giappone: il quartiere di Gion

Dopo un bel sonno ristoratore sull’amato futon dell’appartamento di Sato, eccoci pronti per la visita al quartiere di Gion, quello più antico e conosciuto sopratutto per essere quello storicamente più frequentato dalle geishe. A tal proposito questa mattina Demi si trasformerà per un paio d’ore proprio in una geisha, ma di questo vi racconterà tutto lei in un post a parte.

Un bel sole primaverile ci mette il giusto brio e così prendiamo il bus 202 che ferma davanti l’appartamento e in circa mezz’ora arriviamo in prossimità di Gion.

Scesi dal bus in realtà ci troviamo lungo una strada piuttosto squallida, che nulla ha a che fare con le immagini che avevamo visto in internet. Tuttavia proseguendo in direzione dello studio fotografico ecco che il paesaggio muta: alberi di ciliegio rosa e bianco incorniciano le basse casette di legno scuro di Gion. Le vie strette ed i negozi ancora chiusi mi riportano in un Giappone del passato, silenzioso ed elegante. Lunga una scalinata vediamo una sposa intenta nel suo servizio fotografico.

Lascio Demi alle prese con il suo make-up e decido di andare un po’ alla scoperta di questo luogo.

I vari negozietti e locali ai bordi della stradina che si inerpica verso la zona dei templi di Tofukuji incominciano a riempirsi di gente. Turisti di ogni nazionalità e numerosi gruppi dei viaggi organizzati con le loro guide dotate di bandierina identificativa mi fanno capire quanto oramai sia difficile trovare un posto senza turismo.

Qui apro una parentesi. Provo a chiudere gli occhi ed immaginarmi questo luogo come poteva essere 40-50 anni fa. Chi ha visto il film Memorie di una geisha sa di cosa sto parlando e capisco il regista che ha dovuto ricostruire il vecchio quartiere negli studi californiani perchè oramai questa zona aveva perso l’appeal di un tempo ed era diventata troppo commerciale.

Il turismo indubbiamente porta ricchezza al paese, ma inevitabilmente lo svilisce del suo vero background storico e culturale. Ci presenta una realtà distorta, fatta spesso di negozietti che vendono paccottiglia made in China. Il Giappone di un tempo è rimasto un po’ nei templi, anch’essi spesso ricostruiti perchè distrutti più volte nel corso della storia ed in certe tradizioni che per fortuna qui hanno radici lontane e vengono tramandate anche ai più giovani.

Comunque questo abbiamo e quindi proseguo verso i templi che come sempre giganteggiano in alto e sono raggiungibili dopo più o meno ripide scalinate. Pagode rosse e templi con colori sgargianti tanto da sembrare finti e poi le zone della purificazione, con l’acqua da raccogliere con grossi cucchiai per lavarsi mani e bocca prima del rito dell’inchino, dei battiti con le mani e ancora dell’inchino che si ripete davanti al tempio.

  

E poi ci sono varie statue, draghi, leoni o altri animali. È un posto abbastanza festoso, ben diverso dalla cupezza e oscurità delle chiese cristiane.

Dopo aver recuperato Demi è fatto con lei vestita da geisha un giro per la zona (attirando parecchi sguardi e fotografie dai turisti) ci dirigiamo verso un altro tempio,  il Kyomizudera, molto fotografato perchè la sua grossa terrazza in legno si affaccia su una vallata piena di alberi e ciliegi con sullo sfondo l’antica pagoda rossa da una parte e una moderna torre luminosa vicino la stazione dall’altra. Uno dei tanti contrasti di questo Giappone proiettato verso un moderno futuro, ma ancora legato ai suoi simboli più antichi.

  

Percorriamo la lunga strada di Gion verso un altro tempio ed il suo giardino. Visto che però era a pagamento e sostanzialmente simile a quelli già visti decidiamo che non era il caso.

Il sole oramai alle 17.30 prende la via del tramonto e noi facciamo lo stesso incamminandoci verso la fermata del Bus 202 che ci riporterà al nostro appartamento.

Domani ci aspetta un altro luogo storico, questa volta assai più tragico. Hiroshima.

Johnny

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