Giorno 14 in Giappone: Hiroshima

Come da previsioni meteo la giornata è davvero brutta. Piove parecchio e tira un leggero vento che ti fa bagnare dalla schiena alle scarpe. 

In una giornata così climaticamente ostile avevamo poche alternative: o chiuderci in qualche museo a Kyoto (ma non ce ne sono così tanti ed interessanti come ad esempio a Tokyo) o fare qualche escursione occupando una parte della giornata in treno. Optiamo per la seconda.

Eccoci quindi sul treno diretto a Hiroshima. C’è un primo viaggio di neanche mezz’ora che ci porta ad Osaka e poi il velocissimo Shinkansen che arriva ad Hiroshima in meno di 90 minuti. Lo stesso treno percorre 911 km fino al sud del Giappone in cca 4 ore spaccando il minuto. Beati loro!

Dalla stazione di Hiroshima dobbiamo raggiungere il Peace Memorial Park. Prendiamo il solito bus, ma a differenza di Kyoto questo non ha un monitor che indica in doppia lingua le fermate e quindi sbagliamo clamorosamente andando parecchio lontani. Quindi mezz’ora di cammino a ritroso sotto una leggera pioggerella per raggiungere finalmente il parco.

Si apre una piazza molto grande, con una grossa fontana zampillante ed una statua di una madre che cerca di proteggere il suo bambino.

La giornata grigia aumenta la sensazione di cupezza sapendo che andiamo a vedere un luogo che forse ha rappresentato il più alto livello di barbarie dell’essere umano verso un suo simile.

Entriamo nel museo che incredibilmente ha l’audio guida anche in italiano.

  

Le storie raccontate ed esposte con cimeli, fotografie, plastici e video è quanto di più devastante e drammatico che si possa vedere in un museo. Penso paragonabile ai musei dei campi nazisti.

Ci sono storie di bambini morti, di persone i cui resti sono solo ad esempio un orologio con l’ora ferma alle 8.15 di quel 6 agosto del ’45, ci sono piccoli vestiti bruciacchiati, oggetti semplici come una scatolina con il pranzo per uno studente (ora contiene solo del carbone) e poi ci sono immagini devastanti di corpi semi carbonizzati, unghie e organi mutati dalle radiazioni.

  

A volte si fa fatica ad ascoltare la audio guida che non risparmia nel suo racconto anche i particolari più truci.

È un viaggio nell’orrore, nell’odio dell’uomo verso un altro uomo, di un popolo verso un altro popolo. Veniamo a sapere che i raid aerei su Hiroshima prima dello sgancio della bomba erano stati sospesi così da poter fare il maggior numero di vittime possibili.

La gente in pochi secondi ha perso tutto. La casa, il lavoro, la famiglia … Pochi secondi dopo quel bagliore e 140.000 persone sono state spazzate via. Restano le cose semplici della loro quotidianità o restano le loro ombre impresse sui muri.

Un anziano giapponese mi avvicina e parlando un po’ di inglese mi fa notare alcuni cimeli esposti dietro una vetrata … Un cumulo di ossa che si sono fuse con del vetro ed un orologio da parete semi distrutto che mostra sempre le 8.15. Mi porge una cartolina con scritto a mano in giapponese una frase. Me la faccio tradurre: No more Hiroshima … Lo ringrazio e lo saluto con un “speriamo … Speriamo davvero”

Quello che ti lascia una visita di questo tipo è difficile da esprimere. Va vissuto perchè è troppo personale la sensazione di sgomento o incredulità.

Usciamo dal museo e ci dirigiamo verso un monumento che commemora tutte le vittime di quel giorno. Esattamente in quel punto a 600 metri di altezza è scoppiata la bomba devastando tutto nel raggio di qualche chilometro. Adesso c’è una sorta di scultura che assomiglia ad una piccola galleria, bruttina devo dire, con un altare pieno di fiori davanti. 

  

Proseguiamo e raggiungiamo la sponda del fiume. Dall’altra parte si vede il cosiddetto A-bomb Dome. Un grosso edificio rimasto tale e quale dopo l’esplosione della bomba. La leggenda qui narra essere l’unico rimasto in piedi, in realtà anche altri non vennero distrutti (ad esempio l’edificio della Banca Centrale non aveva subito grossi danni esteriori ed oggi è rimasto identico a com’era 70 anni fa), ma poi furono comunque demoliti per ragioni di sicurezza.

Finito questo giro decidiamo se andare sull’isola di Myashima, ma valutiamo che saremmo molto stretti con i tempi e così, seppure parecchio in anticipo, facciamo ritorno in stazione a bordo di un bel tram.

Qui facciamo un giro per i negozi e mangiamo.

Alle 22 siamo nuovamente nell’appartamento di Sato. Prima di addormentarmi faccio difficoltà a non pensare a quanto visto oggi e a come il giapponese siano strano. Non ha mai covato vendetta. La sua cultura gli ha imposto l’accettazione della superiorità del nemico e quindi anche il rispetto.

The War is Over.

Buona notte

Johnny

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