Due cuori consiglia: mostra fotografica di Steve McCurry

Parto dalla fotografia forse più famosa di Steve McCurry, ovvero la “ragazza afgana” ritratta nel 1984 da un allora appena ventiquattrenne inviato del National Geographic per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione russa.

Lo scatto, divenuto talmente celebre da essere spesso paragonato ad una Gioconda fotografica, è considerato la foto più riconosciuta nella storia della rivista.

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L’aspetto romantico della vicenda è che l’identità della ragazza rimase sconosciuta per 17 anni, fino ad un nuovo incontro con McCurry nel 2002 avvenuto proprio per ricercare nuovamente quel volto.

ragazza afgana
Sharat Gula nel 2002

Le dolci fattezze della giovane ragazza dagli occhi di ghiaccio, di nome Sharat Gula, hanno ora lasciato spazio ad un volto teso e pieno di rughe, segnato indubbiamente dalla sofferenza, ma come disse il fotografo «La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa».

La possibilità di vedere questa ed altre sue famosissime fotografie ci è stata data dalla mostra “Senza Confini” organizzata a Pordenone nella quale sono stati esposte circa 100 fotografie che ripercorrono la straordinaria carriera di questo fotografo.

McCurry_1

E’ un viaggio che colpisce l’immaginazione, che ti fa percepire quasi vivi molti dei ritratti, resi memorabili proprio da un uso dei colori impeccabile.

McCurry

E’ un viaggio attraverso le etnie di popoli e tradizioni che stanno lentamente scomparendo, di sguardi sempre fieri e pieni di dignità.

Ma è un viaggio che per lo più ci trasporta in Asia, in paesi spesso tormentati da conflitti o condizioni di estrema povertà, come il Pakistan, la Birmania, l’ India, l’Afghanistan.

La bravura, la pazienza e sicuramente la fortuna hanno permesso a McCurry di scattare piccole meraviglie, momenti di vita, sguardi immortalati su pellicola.

Da fotografo amatore non posso che ammirare la dedizione, la pazienza, la scelta dei soggetti, la bravura nel donare dei colori fantastici a tutti questi scatti.

Poi i puristi saranno sicuramente pronti a dire che le immagini di McCurry sono pesantemente ritoccate con Photoshop o 30 anni fa in post produzione, ma onestamente a me importa davvero poco. Quello che conta è indubbiamente il risultato finale e su quello non si può discutere che sia di alto livello.

Si tratta quindi di un percorso che forse ha solo nelle foto di Cuba un leggero calo, ma che nel complesso è davvero interessante ed è arricchito anche da un breve documentario molto ben fatto dove McCurry ci parla della sua vita da fotografo, delle sue esperienze anche a volte molto pericolose e del suo perenne desiderio di viaggiare.

Che dire altro se non invitare tutti ad andare a vedere le sue fotografie, sognare un po’ attraverso i suoi scatti e ringraziare che ci sono nel mondo persone come lui che anche a costo della vita ci permettono di avere memoria di quello che succede nel mondo.

PS: la foto di cui si parla in questo blog http://www.paoloviglione.it/quando-steve-mccurry-etc-etc/ mi pare non ci fosse a Pordenone, ma aggiungo l’articolo per dire cha anche i “grandi” a volte sbagliano.

Johnny

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