Biennale di Venezia 2017: si o no?

Non avevamo mai partecipato alla Biennale prima d’ora. La visita all’edizione 2017 è stata il nostro battesimo.

Ho trascinato Johnny a Venezia dopo aver visto su Instagram l’opera Escalede beyond chromatic lands di Sheila Hicks. Una cascata di gomitoli colorati che occupa un’intera parete. Magnifica, anche dal vivo.

Nella Brochure avevamo letto che quest’anno la Biennale Arte era ispirata all’umanesimo. ‘Un umanesimo nel quale l’atto artistico è atto di resistenza, di liberazione e di generosità’. Non sapevamo cosa aspettarci. Avevamo letto opinioni contrastanti al riguardo e ci aspettavamo tanto. Io l’effetto WOW e Johnny qualcosa su cui riflettere.

In una giornata abbiamo visitato l’Arsenale e i Giardini, senza soffermarci sulla visione dei video. Tante opere, tanti artisti, tante ore e tanta gente.

Nella prima parte della mostra all’interno dell’Arsenale c’era talmente tanta gente che in alcuni punti si camminava davvero a fatica ed ho quindi pensato ‘mai più nel week-end‘. Ma tutte le persone che erano presenti sono appassionate di arte moderna? O desideravano un selfie da pubblicare sui social per comunicare io c’ero, poiché la Biennale è un appuntamento imperdibile?

Lo ammetto. Un selfie me lo sono scattata anch’io.

Alla fine dopo aver dedicato un’intera giornata a questa grandissima esposizione, sono giunta alla mia personale conclusione che l’arte moderna si approccia allo spettatore in modo completamente diverso rispetto a quella dei secoli scorsi, quella studiata a scuola. Al contrario di un tempo, per capire il senso di alcune opere serve una codifica, una parafrasi, una spiegazione. Davanti a Notte stellata sul Rodano di Vincent van Gogh si rimane immobili in contemplazione ammirando le generose pennellate di colore che danno quasi una dimensione tridimensionale al quadro. Non c’è nessun significato nascosto, solo pura ammirazione.

Mentre davanti a Imitazione di Cristo di Roberto Cuoghi, l’installazione certamente più discussa, siamo rimasti perplessi. Che messaggio vuole trasmettere? Il tunnel composto da pluriball gigante, le striscie di plastica che dividono il tunnel dai corpi consumati e la puzza…. la puzza che imita l’odore di decomposizione del cadavere è nauseante, forte, d’impatto. Sono scappata via disgustata dall’odore delle muffe che simulano il fetore del corpo. Senza una adeguata interpretazione è difficile capire l’opera.

Personalmente credo che l’arte sia diventata più ‘soggettiva’. Mi viene in mente il padiglione dell’Austria con la sua roulotte, la sedia incollata al muro e altre installazioni con cui poter ‘giocare’ e farsi fotografare. Oppure l’opera Out of disorder di Takairo Iwasaki all’interno del padiglione del Giappone dove c’era una fila interminabile di persone solo per poter far sbucare la propria testa dal pavimento e vedere il padiglione da un’altra prospettiva. In generale queste sono le opere che amo maggiormente perché lo spettatore diventa protagonista e parte integrante della creazione. Magari è proprio questo il senso dell’esposizione: mettere l’essere umano al centro.

Se non ci siete ancora andati e ci chiedete Biennale di Venezia 2017: si o no? Non siamo in grado di rispondere perché la percezione delle opere è molto soggettiva.

A nostro avviso comunque le opere degne di nota (o quelle che realmente fanno riflettere) non sono tantissime. Possiamo dirvi che ci sono piaciuti i padiglioni del Giappone, della Korea, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Difficile spiegare il motivo per cui questi padiglioni hanno colpito maggiormente la nostra attenzione. Possiamo provare a dirvi che Reflection model, sempre di Takairo Iwasaki, nel Padiglione giapponese ci è piaciuto probabilmente perché siamo stati nella terra del Sol Levante e quest’opera rispecchia la pulizia, la precisione, la pazienza e l’accuratezza del popolo nipponico che abbiamo amato molto durante la nostra permanenza lì.

Per concludere posso affermare che passare una giornata immersi nell’arte è sempre e comunque tempo speso bene, arricchisce l’anima e fornisce nuovi stimoli. Non nego che in queste mostre spesso cerco ispirazione per arredare casa (qualche idea può essere riprodotta per dare un tocco di originalità alla propria casa – il famoso diy -)

Volete vedere la 57° Biennale? Avete tempo fino al 26 novembre 2017.

Demi

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Due cuori consiglia: Lo spazio tra le nuvole di Camila Raznovich

Ho in mano un pacchetto che in modo equivocabile è un libro. Adoro i libri. Quelli di carta, quelli che si sfogliano, quelli che controlli a occhio quanto ti manca per finire, quelli che riponi in libreria e ogni tanto li guardi. In questo mi sento molto vintage. Non mi sono ancora convertita all’e-book. Forse in futuro, magari per i viaggi… per il momento resisto al caro e vecchio libro.

Apro il regalo e mi ritrovo davanti agli occhi un libro di Camila Raznovich. So chi è. Volto storico di MTV. Io l’ho conosciuta come presentatrice di Amore criminale, programma che adoravo, un po’ angosciante poiché poi non mi faceva addormentare facilmente e Loveline, un programma che trattava di sesso e amore senza tabù. Ma non la conoscevo con le vesti di scrittrice.

Il sottotitolo del libro già mi piace: il viaggio come cura.

Inizio a leggere le prime righe

Si parte per curiosità, per conoscere l’altro, per scoprire se stessi, per cercare nuovi mondi, per guadagnarsi nuovi inizi, per vendetta, per amore, per nostalgia, per scappare, per mettere un oceano tra sé e il dolore.

Il viaggio è uno strano mezzo di trasporto per l’anima: ci porta fuori da noi stessi per ricondurci al nostro centro ...

e non smetto fino a quando non arrivo all’ultima parola.

Lo leggo d’un fiato, in una giornata.

Camila mi porta in luoghi magnifici: India, Argentina, Vietnam.. solo per citarne alcuni. Li descrive come si racconta una storia d’amore: con emozione e passione. Senza, però, tralasciare cenni storici dei luoghi descritti.

L’autrice racconta la propria vita attraverso i viaggi, quei viaggi in cui la spinta a partire è dettata dall’urgenza, dalla necessità di trovare delle risposte, dalla voglia di mettersi alla prova e superare i propri limiti, dal desiderio di abbandonare il proprio ruolo. E lo fa con semplicità e leggerezza.

Non è solo un libro di viaggi. L’autrice mi prende per mano e mi illustra la sua visione del mondo, le sue riflessioni, ciò che ha imparato superata la soglia dei quarantanni.

Il viaggio è il momento ideale per fare il punto sul proprio cammino

Chiuso il libro ho solo un desiderio: prendere la valigia e partire. Non importa dove. L’importante è andare e non rimanere fermi.

Demi

Due cuori consiglia: mostra fotografica di Steve McCurry

Parto dalla fotografia forse più famosa di Steve McCurry, ovvero la “ragazza afgana” ritratta nel 1984 da un allora appena ventiquattrenne inviato del National Geographic per documentare la situazione dei profughi afgani dopo l’invasione russa.

Lo scatto, divenuto talmente celebre da essere spesso paragonato ad una Gioconda fotografica, è considerato la foto più riconosciuta nella storia della rivista.

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L’aspetto romantico della vicenda è che l’identità della ragazza rimase sconosciuta per 17 anni, fino ad un nuovo incontro con McCurry nel 2002 avvenuto proprio per ricercare nuovamente quel volto.

ragazza afgana
Sharat Gula nel 2002

Le dolci fattezze della giovane ragazza dagli occhi di ghiaccio, di nome Sharat Gula, hanno ora lasciato spazio ad un volto teso e pieno di rughe, segnato indubbiamente dalla sofferenza, ma come disse il fotografo «La sua pelle è segnata, ora ci sono le rughe, ma lei è esattamente così straordinaria come lo era tanti anni fa».

La possibilità di vedere questa ed altre sue famosissime fotografie ci è stata data dalla mostra “Senza Confini” organizzata a Pordenone nella quale sono stati esposte circa 100 fotografie che ripercorrono la straordinaria carriera di questo fotografo.

McCurry_1

E’ un viaggio che colpisce l’immaginazione, che ti fa percepire quasi vivi molti dei ritratti, resi memorabili proprio da un uso dei colori impeccabile.

McCurry

E’ un viaggio attraverso le etnie di popoli e tradizioni che stanno lentamente scomparendo, di sguardi sempre fieri e pieni di dignità.

Ma è un viaggio che per lo più ci trasporta in Asia, in paesi spesso tormentati da conflitti o condizioni di estrema povertà, come il Pakistan, la Birmania, l’ India, l’Afghanistan.

La bravura, la pazienza e sicuramente la fortuna hanno permesso a McCurry di scattare piccole meraviglie, momenti di vita, sguardi immortalati su pellicola.

Da fotografo amatore non posso che ammirare la dedizione, la pazienza, la scelta dei soggetti, la bravura nel donare dei colori fantastici a tutti questi scatti.

Poi i puristi saranno sicuramente pronti a dire che le immagini di McCurry sono pesantemente ritoccate con Photoshop o 30 anni fa in post produzione, ma onestamente a me importa davvero poco. Quello che conta è indubbiamente il risultato finale e su quello non si può discutere che sia di alto livello.

Si tratta quindi di un percorso che forse ha solo nelle foto di Cuba un leggero calo, ma che nel complesso è davvero interessante ed è arricchito anche da un breve documentario molto ben fatto dove McCurry ci parla della sua vita da fotografo, delle sue esperienze anche a volte molto pericolose e del suo perenne desiderio di viaggiare.

Che dire altro se non invitare tutti ad andare a vedere le sue fotografie, sognare un po’ attraverso i suoi scatti e ringraziare che ci sono nel mondo persone come lui che anche a costo della vita ci permettono di avere memoria di quello che succede nel mondo.

PS: la foto di cui si parla in questo blog http://www.paoloviglione.it/quando-steve-mccurry-etc-etc/ mi pare non ci fosse a Pordenone, ma aggiungo l’articolo per dire cha anche i “grandi” a volte sbagliano.

Johnny