Itinerario Giappone (3 settimane)

In questo post trovate un riassunto del nostro viaggio in Giappone di 20 giorni, suddivisi giorno per giorno. Abbiamo modificato il programma in itinere poiché inizialmente avevamo pensato a tre notti a Kanazawa, invece una volta arrivati a Tokyo non volevamo più lasciarla.

Giorno 1 (25 marzo 2016): inizia il viaggio in Giappone
Giorno 2 (26 marzo 2016): primo impatto
Giorno 3 (27 marzo 2016): Tokyo – Asakusa, Ueno e Akihabara
Giorno 4 (28 marzo 2016): Tokyo -Odaiba
Giorno 5 (29 marzo 2016): Tokyo – Shibuya e Shinjuku
Giorno 6 (30 marzo 2016): Tokyo – Nikko
Giorno 7 (31 marzo 2016): Tokyo – alla ricerca dei Sakura
Giorno 8 (01 aprile 2016): Tokyo – Musei a Ueno e Tokyo Skytree
Giorno 9 (02 aprile 2016): Tokyo – Roppongi e Maid Café
Giorno 10 (03 aprile 2016): Tokyo – Kanamara Matsuri a Kawasaki
Giorno 11 (04 aprile 2016): Tokyo => Kanazawa => Kyoto
Giorno 12 (05 aprile 2016): Kyoto – Inari, Uji e Nara
Giorno 13 (06 aprile 2016): Kyoto – il quartiere di Gion
Giorno 14 (07 aprile 2016): Kyoto – Hiroshima
Giorno 15 (08 aprile 2016): Kyoto – Heian Shrine e museo Manga
Giorno 16 (09 aprile 2016): Kyoto – Arashiyama e Nijo Castle
Giorno 17 (10 aprile 2016): Kyoto => Kinkaku-ji (Tempio d’oro) e Ryoan-ji (giardino zen)
Giorno 18 (11 aprile 2016): Tokyo – Hakone e monte Fuji
Giorno 19 (12 aprile 2016): Tokyo – a zonzo per Tokyo

In questi post invece trovate le nostre considerazion: Demi e Johnny

Mentre qua un articolo dedicato al cibo giapponese e qui Demi ha realizzato il suo sogno di vestirsi da Geisha.

Buona lettura
Demi & Johnny

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Cosa hai mangiato in Giappone? La pizza, buonissima

Tanti anni fa Johnny aveva inserito nella lista dei luoghi da visitare il Giappone. Io ero un po’ perplessa per un unico motivo: il cibo.

Nella mia mente andare in Giappone significava mangiare solamente sushi. A me il pesce non piace né crudo né cotto. Quindi non ero molto entusiasta di visitare questo Paese.

Lentamente, però, la voglia di viaggiare e vedere un luogo così diverso ha preso il sopravvento e mi sono detta “se non troverò nulla da mangiare che mi piaccia, almeno dimagrirò”. Illusa!

Anche in questo viaggio non ho perso neppure un etto… Abbiamo trovato una quantità incredibile di ristoranti (di ogni genere) aperti a qualunque ora, quindi non abbiamo avuto alcuna difficoltà a nutrirci  quando la fame si faceva sentire ovvero continuamente. Non è che i giapponesi siano tanto più regolari: invadono i ristoranti in qualunque momento!

La prima volta, in un centro commerciale, abbiamo notato nel piano dei ristoranti delle sedie fuori per attendere il proprio turno, spesso occupate da giapponesi che pazientemente attendevano di poter entrare. Visto che non avevamo voglia di aspettare, uno dei pochi posti senza fila era una pizzeria. Ci siamo guardati, avevamo fame e siamo entrati. Con enorme sorpresa abbiamo scoperto che la pizza, più piccola di quelle che troviamo in Italia, era buonissima, deliziosa, aveva anche il basilico fresco sopra.

Inutile dire che abbiamo voluto fare un bis in questa vacanza tanto per assicurarci che non fosse un caso. Abbiamo infatti avuto la conferma che le fanno proprio buone. Oserei dire più buone che quello che mangio a casa.

Lì ho scoperto uno spuntino di cui andavo matta! Successivamente ho scoperto il nome: Nikuman, che letteralmente significa focaccia di carne. Si tratta di un bombolotto di pane morbidissimo ripieno di carne di maiale e cotto al vapore. Non appena li vedevo non resistevo e ne compravo uno, anche se non avevo fame.

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Ho assaggiato anche il Tonkatsu: una cotoletta di maiale impanata e fritta, servita tagliata a strisce. Ottimo!

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Johnny ha preso il Takoyaki ignaro che queste polpette fritte contenessero polpo all’interno, mentre io come street food ho scelto una crêpes (e non è stata l’unica della vacanza). Già per stuzzicare l’appetito abbiamo visto una quantità infinita di street food  come noodles fritti, spedini di gamberi, noccioline …

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Mi sembra quasi scontato scriverlo, ma abbiamo anche mangiato un delizioso Ramen a Kanazawa, in un ristorante con i tavoli bassi ed i cuscini al posto delle sedie. Una bella esperienza.

Discorso a parte meritano i dolci. I dolci tipici giapponesi tendenzialmente sono fatti con una pasta di riso ed un ripieno di marmellata di fagioli rossi. Al riguardo Johnny ed io abbiamo pareri discordanti. Secondo me la pasta di riso forma un bolo gommoso che si espande in bocca, una sensazione strana e un gusto non dolce. Esperienza perciò che non ho replicato, mentre a Johnny non dispiacevano questi dolcetti tanto che li ha comprati per portarli in Italia. Per non parlare di questa marmellata che proprio non mi piaceva, anche se adoro i legumi. Mentre Johnny ha commentato con un “dai, non è male”

Credete che abbia avuto difficoltà a trovare dei buoni dolcetti? Assolutamente no! Vi avevo detto che in Giappone si trova tutto. Infatti sono diffuse delle Bakery: non sono altro che panetterie che assomigliano alle nostre,  in cui si possono trovare donut, brioches, tranci di pizza e altre robette sfiziose. Metti quello che vuoi su un vassoio e poi vai a pagare. Inutile commentare che il nostro vassoio era sempre pieno.

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I ristoranti tipicamente giapponesi mostrano i loro piatti con riproduzioni fedeli  o con foto. Ci siamo avventurati anche in questi ristoranti frequentati solo da autoctoni dove la descrizione dei piatti era in giapponese, per fortuna sul menu c’erano anche le fotografie del cibo così abbiamo ordinato indicando con il dito. La cosa buffa è che ci hanno sempre chiesto perché avessimo scelto quel locale non essendo frequentato da occidentali, consigliandoci combinazioni per spendere meno. I giapponesi sono adorabili!

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Un altro modo per ordinare è scegliere da una macchinetta il piatto cliccando il bottone con l’immagine corrispondente. Abbiamo utilizzato questo metodo in un ristorante indiano a Shibuya, per la procedura ci ha aiutato il cameriere che ha subito ritirato il biglietto uscito da questa macchinetta.

L’argomento cibo in Giappone è talmente vasto che mentre scrivevo questo post mi dicevo ‘dovrei scrivere anche di questo… e anche questo … e anche questo’. Ma non aggiungo altro, non voglio togliervi il gusto della scoperta.

Una cosa ci tenevo a dirla: non posso che confermare che in Giappone si mangia benissimo.

Demi

Giappone? Per me è sì

Ero abbastanza piccolo quando sentì per la prima volta nominare il Giappone. Un mio zio che navigava con le navi ne parlava, oppure da ritorno dei sui viaggi ci portava orologi e radioline che da noi ancora non esistevano.

Il Giappone era una terra misteriosa e nel mio immaginario era popolata da antichi guerrieri con spada o abili lottatori di arti marziali. Me lo immaginavo anche un posto futuristico, con robot e tanta tecnologia che noi in Italia nemmeno ci immaginavamo.

E poi ho iniziato a scoprire il Giappone dei cartoni animati, un Giappone popolato da Mazinga, Goldrake, Jeeg Robot, da mille invasioni aliene, da esplosioni nucleari e da Godzilla … insomma un Giappone violento, inospitale.

Per tanti anni poi questo paese scomparve dalla mia mente, altre mete incominciarono ad attirare la mia attenzione ed il mito del Far West catalizzò per anni il mio interesse.

Arrivò Internet, iniziò l’epoca in cui potevi organizzarti un viaggio da solo comodamente seduto davanti il tuo PC, con pochi clic si poteva prenotare un volo o un albergo. Ma non era ancora sufficiente. Il Giappone era ancora una terra lontana, sconosciuta e costosissima.

Negli ultimi anni accadde invece la svalutazione dello yen, il Giappone subì sempre più l’arrivo di grandi masse di turisti e divenne così finalmente un paese che si poteva visitare anche da soli ed a costi ragionevoli.

Detto fatto. In fin dei conti il ricordo che avevo da bambino di un Giappone antico e misterioso, ma tecnologicamente avanzatissimo non era mai stato sopito del tutto ed ora nel 2016 poteva finalmente concretizzarsi in un viaggio reale e non quello di fantasia di un ragazzo di 12-13 anni.

Questo viaggio di circa 3 settimane è stato una grande avventura e come sempre ha richiesto una buona dose di tempo speso mesi prima della partenza per organizzarlo nel modo migliore, cercando di prevedere il più possibile tutti gli inevitabili disagi dovuti principalmente alla barriera linguistica.

Internet è fantastico, ma è come leggersi tutta la trama di un film prima di vederlo: ti toglie il gusto della sorpresa. E così quando arriviamo a Tokyo c’è solo un minimo effetto “wow”. Sapevamo tanto, avevamo visto immagini, video e avevamo letto un sacco di informazioni ed aneddoti di altri visitatori.

Nonostante tutto questo background di informazione c’è sempre un qualcosa che niente e nessuno potrai mai descrivere ed è quel mood che percepisci solo tu quando sei in un paese straniero. E’ un qualcosa di impalpabile e totalmente personale, anche difficile da descrivere, ma che alla fine è il vero discriminante tra un bello o cattivo ricordo del tuo viaggio.

A meno che tu non vada a visitare dei parchi, dei deserti o delle barriere coralline è inevitabile caratterizzare un paese in base ai suoi abitanti. Il Giappone per loro e nostra fortuna ha i giapponesi.

Definire il giapponese in 3 settimane ovviamente è impossibile e rischierei magari di prendere anche delle cantonate pazzesche, ma con certezza posso dire che almeno per il turista che arriva lì, è il meglio che si possa desiderare.

E’ vero, sono anche strani, ammesso che il concetto di strano sia univoco e non personale, quindi diciamo sono diversi da noi italiani ed occidentali in genere, ma sono squisitamente gentili, sorridenti (specie le ragazze), mai arroganti. La loro natura e cultura del rispetto verso le cose e le persone li porta ad essere a volte quasi stucchevoli ai nostri occhi. Dopo un po’ però ti abitui e prendi coscienza che è bello essere sorridenti e gentili, pazienti alle file, ordinati e ti lasci lentamente coinvolgere da questo loro modo d’essere. Lentamente lo stress ed i modi a volte bruschi che hai normalmente a casa lasciano spazio ad uno stato d’animo sempre più zen. Ammiri ed apprezzi sempre di più il piacere dell’inchino quando saluti, il sorriso ad un operaio o ad un vigile passeggiando per strada. Rimani stupito dagli automobilisti che si fermano per lasciarti passare o dalle persone che cercano di farsi capire in tutti modi pur parlandoti solo in giapponese.

Ecco che alla fine il viaggio è farsi lasciar coinvolgere dai loro ritmi e dalla loro cultura socievole e quasi mai sopra le righe.
Sono tanti, davvero tanti ad affollare in qualsiasi momento della giornata le loro strade, i loro grandi centri commerciali, ma per qualche strano motivo non percepisci mai un senso di caos. Ti tuffi un po’ incerto e timoroso nel grande incrocio di Shibuya, convinto di venir travolto dalla massa di gente ed invece miracolosamente passi senza quasi essere sfiorato, come quando sott’acqua attraversi nuotando un luccicante banco di sardine e nessun pesce ti sfiora.

I giapponesi sono la parte preponderante che mi è rimasta nel cuore, dopo che per anni li ho visti sempre solo nella loro stranezza, con gli ombrellini per proteggersi dal sole, le loro mascherine bianche (scoperto che le usano non per lo smog, ma solo quando sono raffreddati per non contagiare gli altri), le loro buffe pose quando si fanno fotografare, mentre adesso ne apprezzo i valori umani, di rispetto e da macchiette da prendere un po’ in giro, sono diventate persone per le quali ogni tanto provo anche un po’ di invidia.

Ma il Giappone non sono ovviamente solo i giapponesi.
E’ storia di un passato ricco di tradizioni, ma è anche futuro, tecnologia e progresso che percepisci nei grandi grattacieli, nei robot androidi all’interno di centri commerciali, di treni super veloci.

Le anime di un glorioso passato e di un futuro da costruire, ma già presente in molti aspetti della vita quotidiana, convivono in modo che può sembrare inspiegabile e tuttavia affascinante.
Non si può che rimanere sorpresi nel vedere donne di ogni età passeggiare nei quartieri più antichi di Tokyo o Kyoto in kimono, magari acompagnate dal loro ragazzo o compagno vestito in pantaloni e maglietta.
C’è sempre grande rispetto per le loro tradizioni e se qui in italia uno si vestisse come un uomo dell’800 verrebbe deriso o internato, lì è del tutto naturale.

Oramai i templi sono spesso fagocitati da enormi grattacieli, ma la gente vi si reca sempre numerosissima a fare le loro brevi preghiere. C’è un rito in tutte le cose, c’è la purificazione con l’acqua, c’è l’inchino , c’è l’accensione dell’incenso … E’ un paese che mantiene viva la sua componente spirituale.

E poi ci sono i grandi quartieri tecnologici, mondi dove perdersi tra luci, colori, suoni e fumetti manga, quartieri che prendono vita come un luna park di notte ed acquistano dopo il tramonto un fascino tutto loro. Si rimane spiazzati la prima volta, non sapendo dove guardare, in quali negozi entrare, tanto si è circondati dai colori, le luci ed i mega schermi.

Il Giappone però oltre ad esprimere questo senso di rispetto, di confusione molto ben organizzata, è uno schiacciasassi.
Il mondo lavorativo è estremamente competitivo. Le persone, gli uomini soprattutto, passano tutta la loro giornata in ufficio, uscendo la mattina abbastanza presto e rientrando la sera ben dopo le 19/19.30.
Il Giappone probabilmente produce un po’ di solitudine. Si vedono poche coppie passeggiare mano nella mano nei centri commerciali, che restano totale appannaggio delle donne.
Gli anziani vivono in periferia, in piccole case e forse ci ricordano un Giappone un po’ solitario, emarginato dal resto del mondo per parecchi secoli, chiuso nelle loro antiche tradizioni, ma forse voglioso di competere con America ed Europa.

La partenza mi ha lasciato un senso di incompiuto. Forse avrei voluto più di ogni altra cosa conoscere qualche giapponese, parlare con lui e capirne di più.
Non è stato possibile e così me ne ritorno a casa con una mia personale visione del Giappone e dei giapponesi che non ho minimamente la presunzione di credere sia quella più verosimile. Sono state 3 settimane in paese molto affascinante, con usanze molto diverse, con un modo di affrontare la vita comune sicuramente diverso dal nostro.

Un po’ mi mancherai, ma come spesso accade quando viaggi in posti lontani, ti porti sempre qualcosa dentro del paese che visiti. Un profumo, uno sguardo, un sorriso, un’immagine che poi ti resterà dentro a volte per sempre.

E come ha detto Marcel Proust “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”.

Johnny

 

Giappone: un viaggio da vivere e non da vedere

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Il Giappone non ti lascia indifferente.

Il Giappone nell’immaginario collettivo è un paese affascinante, lontano, a tratti distante.

Dopo qualche giorno in terra nipponica ed aver visto qualche attrazione, tra quelle assolutamente da vedere, non riesco a capire tutto questo eccessivo entusiasmo per il Giappone e credo che tornerò in Italia con un laconico ‘sì carino il Giappone … affascinante ma non ci tornerei …’, quasi un po’ delusa da questo lungo viaggio. Insomma questo non è un viaggio qualsiasi e le mie aspettative sono molto alte, troppo forse, leggendo le sensazioni degli altri viaggiatori. Osservo e fotografo tutti questi templi, i vari quartieri di Tokyo senza un eccessivo trasporto.

Poi ci spostiamo a Kyoto dove il sovraffollamento da turismo organizzato raggiunge livelli mai visti prima, aumentando il caos fuori e dentro di me.

A fine vacanza torniamo nuovamente a Tokyo: l’ordinata, colorata e vivace Tokyo dove tutto è pianificato e organizzato. Ed è proprio qui che capisco. Capisco che il Giappone è un viaggio da vivere e non da vedere. Capisco che la vera bellezza del Giappone sono i giapponesi stessi, che portano avanti questa enorme macchina perfettamente oliata. Capisco che il Giappone ti entra dentro lentamente, dolcemente, chiedendo permesso attraverso sorrisi ed inchini.

Mi viene in mente la frase letta nel sito turistico che il Giappone è un paese ospitale senza essere mai invadente, è proprio vero.

Adoro i giapponesi che durante gli acquisti ti mostrano sempre la somma sul display e contano il resto davanti a te porgendotelo con due mani accompagnato da un sorriso. Sempre!

Adoro la pazienza dei giapponesi: non diventano  mai irrequieti se l’ascensore tarda ad arrivare. Aspettano e basta. Eppure Tokyo va di fretta.

Adoro i giapponesi perché sono sempre pronti ad aiutarti se solo accenni ad essere in difficoltà.

Adoro i giapponesi perché hanno un eccessivo rispetto del prossimo e proprio per questo indossano la mascherina, per non contagiare gli altri.

Adoro i giapponesi semplicemente perché sono così diversi dagli italiani, popolo caotico e individualista.

Certo anche i giapponesi hanno i loro difetti. In metro li vedi tutti curvi sui loro smartphone o dormienti. Sono più attenti al turista piuttosto che conversare con il vicino connazionale. Sono un popolo collettivo e lavorativo, quindi guai a finire sotto la ruota.

Quindi sì, alla fine posso dire che questo viaggio mi ha cambiata, lentamente e inesorabilmente. So esattamente quando l’ho capito. L’ultimo giorno di permanenza a Tokyo, dopo aver pagato l’ultimo conto in una caffettiera, la ragazza mi porge il resto con la loro usuale gentilezza. So che questa sarà l’ultima volta che uno sconosciuto mi tratterà con così tanta cura. Vorrei ringraziare quella ragazza con più di un semplice Arigato e dirle che i giapponesi sono un popolo meraviglioso, ma non dico nulla, sorrido e ce ne andiamo e una terribile tristezza mi pervade, non voglio rientrare in Italia dopo che i miei occhi hanno visto così tanta bellezza.

Non avevo mai sentito nominare prima d’ora il Mal di Giappone, ma so benissimo di cosa si tratti: sono stata contagiata.

Demi

Giorno 19 e ultimo in Giappone: a zonzo per Tokyo 

Siamo arrivati così all’ultimo giorno in terra nipponica. Oggi, anzi domani a mezzanotte e mezza abbiamo il volo per Venezia con lo scalo a Dubai.
C’è un po’ di tristezza nel lasciare Tokyo soprattutto, ma dopotutto questo sarà il nostro decimo giorno nella capitale e quindi vogliamo godercelo per bene.
Ultimiamo le valige e alle 11 facciamo il check-out, lasciamo i bagagli alla reception e finalmente senza la zavorra ed il peso dello zaino con l’attrezzatura fotografica, ci incamminiamo verso la metro.
Prima tappa Meguro.

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La giornata è fresca, ma il cielo è azzurro e non c’è nemmeno una nuvola. Passeggiare per città in queste condizioni è fantastico.
Non abbiamo una meta precisa, vogliamo cogliere il sapore della città senza l’impegno della visita o delle foto … trascorrere le ultime ore tra la gente, tra i palazzi ed in queste strade a tratti affollate e a tratti deserte.
Neanche tanto sorprendentemente la solita quantità di locali per mangiare attrae la nostra attenzione e quella del nostro stomaco. Così accade che alle 11.40 siamo già dentro un locale giapponese specializzato in spaghetti. Ovviamente pieno di gente e praticamente solo di giapponesi. Spaghetti alla genovese per Demi, pomodoro mozzarella e melanzane per me. Il tutto accompagnato da una bevanda amarognola che vogliamo pensare sia tè.
Dopo il lauto pasto decidiamo di proseguire verso Roppongi Hills, per vedere qualcosa in più di questa zona.
Camminando più o meno a zonzo finiamo in una stradina pedonale con dei bei lampioni ai quali sono attaccati degli altoparlanti che trasmettono della musica rock anni 50.
La strada si riempie subito di gente in un’atmosfera davvero allegra.
Demi trova un mini negozietto dove acquista ulteriore materiale per il suo hobby scrap.
Circa un’ora di cammino ci porta nuovamente vicino al Mori Museum. Fa freddino e tira un bel venticello, quindi andiamo a scaldarci un po’ nel lussuso centro commerciale di Roppongi.
Da qui poi proseguiamo per Tokyo Midtown.
In questa zona c’è lo showroom della Fujifilm. Ovviamente andiamo a visitarlo.

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C’è una bella mostra di fotografie naturalistiche, tanti ciliegi in fiore, ma anche spettacolari scorci innevati. Compro il catalogo delle foto per ricordo.
E’ allestito inoltre un piccolo museo sulle macchine fotografiche, che partono con vecchissimi modelli del 1800 fino arrivare ai modelli digitali più recenti.
Usciti dal palazzo Fuji entriamo in un altro centro commerciale. C’è la presentazione di una macchina giapponese, ma a parte dei bambù enormi che salgono fino al secondo piano, la cosa che più ci colpisce è che nella parte retrostante si apre una magnifica terrazza giardino, con sculture moderne ed adiacente un parco giochi per bambini.
Siamo entrati da sotto terra con delle scale mobili, usciamo al sole in un parco. L’architettura di questa città non smette mai di sorprenderci.

Prendiamo la metro per Shibuya, dopo Asakusa forse il quartiere più affascinante.
Attraversiamo ancora una volta il famoso incrocio, passando davanti alla statua di Hachiko.
Un bel negozio di fotocamere attrae la mia attenzione e così entriamo in questo mondo di giocattoli tecnologici.
Ne esce vincitrice Demi, che acquista una macchina per creare dei timbri. Imbarazzante e divertente allo stesso tempo il tentativo di chiedere informazioni al commesso che, poverino, l’inglese non lo conosce proprio, ma si sforza di farsi capire.

Giriamo per Shibuya fino al calare del sole e più viene buio, più persone si riversano nelle strade.
Finiamo al centro commerciale Parco, perchè ci ricordiamo di aver visto una bella caffetteria in stile francese.
Qui scopriamo che cucinano oltre le crepes, anche le gallette bretoni.
Prendiamo una galletta da dividere e due crepes. Buonissimo tutto.
Il tempo scorre in questo bel posto, osserviamo le ragazze giapponesi ai tavolini e riceviamo l’ultimo inchino dalla cassiera. Abbiamo già nostalgia dei loro modi gentili.

Ritorniamo quindi in albergo per ritirare le valige ed andare ad Haneda, che dista solo due fermate di treno.
L’aeroporto è piccolo e sbrighiamo tutte le procedure di check-in e dogana in pochissimo tempo.
Il resto è solo un lungo viaggio sul sedile del Boeing Emirates

Bye Bye Japan … forse un giorno ci ritroveremo

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Johnny

Giorno 18 in Giappone: Hakone e monte Fuji

Esattamente 2 settimane dopo aver annullato il tour al monte Fuji causa pioggia oggi ci riproviamo, anche perchè questa volta non possiamo annullarlo pena la perdita dei soldi.
E così ci svegliamo alle 6:30, per prendere 2 treni che ci porteranno alla stazione dei Bus Hamamatsu-Cho, luogo dell’incontro e di partenza dell’escursione con la JTB Sunrise.
Scopriamo presto che non saremo i soli … beh non saremo esattamente un solo pullman, bensì ne partiranno ben 10.
Comunque noi siamo il pullman 1 e quindi partiamo per primi anche se in leggero ritardo.
Ci sono ovviamente solo turisti, per lo più stranieri alcuni diciamo non proprio educatissimi e da questo si capisce immediatamente che non sono giapponesi.
Le circa 2 ore e mezza di strada passano relativamente velocemente, nonostante il mezzo non sia il massimo della comodità.
La guida parla un ottimo inglese e ci racconta un sacco di cose lungo la strada, meritandosi davvero un giudizio ottimo, per l’impegno e la professionalità.
Come tutte le escursioni organizzate ovviamente i tempi sono sempre molto stretti e quindi non c’è mai molto tempo per divagare.
Eccoci quindi sulle sponde del lago Ashi, ai piedi del monte Hakone, pronti a prendere un battello che dovrebbe essere la nostra crociera sul lago.

Purtroppo anche il tempo non ci aiuta, il cielo è nuvoloso, la giornata fredda e ventosa e così questa traversata dura 25 minuti, senza sbarco presso un tempio con un bel torii rosso che si specchia sulle rive del lago.

Arriviamo quindi presso un polo turistico, fatto di alcuni shops e ristoranti (dove gli altri mangeranno il pasto giapponese che noi abbiamo deciso di non includere nell’escursione).
Prima della pausa pranzo c’è la funivia per la cima del monte Hakone da dove, viste le foto appese nella stazione di partenza ed arrivo, si dovrebbe avere una magnifica vista del monte Fuji.

In meno di 10 minuti siamo in vetta.
Non c’è nulla se non il solito tempietto rosso con un torii davanti.

La bella vista che si godrebbe da quassù è totalmente inficiata dal cielo grigio e dalle nuvole. Del monte Fuji nemmeno l’ombra. Seconda delusione di giornata.
Un po’ scocciati scendiamo a valle, lasciando gli altri alla pausa ristorante. Noi ci procuriamo del cibo per conto nostro e visitiamo un negozio di souvenir.
La guida in pullman ci aveva spiegato che Hakone è famosa per la fabbricazione di scatoline magiche, ovvero delle scatole che si aprono solo dopo delle specifiche sequenze di movimenti ad incastro. Affascinato da questa cosa decido di acquistarne una.
Ma è già tempo di fare ritorno al pulmann. Prossima tappa monte Fuji. Altre 2 ore di strada.
Passiamo per Gotemba, ultimo avamposto prima della salita al monte, che si può fare solo in pullman o macchina.
Durante il tragitto finalmente si riesce a vedere il monte innevato in tutto il suo splendore ed illuminato dal sole. Peccato che il pullman tira dritto e non pensi di fermarsi da qualche parte per consentirci qualche foto.
La salita verso la quarta stazione mi ricorda certi passi delle Dolomiti, lentamente vediamo anche la neve ai bordi della strada.

La quinta stazione purtroppo, che è la più alta raggiungibile con i mezzi, è chiusa.
Una ressa di persone affolla il piccolo bar/souvenir ed altri una piccola terrazza dalla quale si riesce a vedere la cima del monte.
Scendiamo rapidamente e con molta fortuna vediamo la cima ben visibile, illuminata dal sole. Il tempo di scattare 5-6 foto ed ecco che la nuvole invadono completamente il nostro avamposto gettandoci in una fitta nebbia.
Bastavano pochi minuti e non avremmo visto veramente nulla!!

Torniamo in pullman verso Shinjuku, la fermata più a ovest, dove decidiamo di scendere.
Ancora qualche racconto della guida, un lezione di origami con i quali ricreare la figura del monto, la visione di un DVD e siamo arrivati.

Facciamo il tragitto verso la stazione di Shinagawa con una coppia australiana con la quale scambiamo qualche parola in treno.

Concludendo direi che l’escursione è stata un mezza delusione, più per il tempo che per la guida che è stata davvero brava.
Purtroppo se fosse stato possibile salire al monte da soli probabilmente non ci saremmo affidati ad un’agenzia, ma non c’erano molte alternative per fare tutto in una giornata.

La consiglierei? Comunque sì, perchè se il tempo è bello ed il cielo lo consente, la vista è comunque magnifica.

Johnny

Giorno 17 in Giappone: Kinkaku-ji (Tempio d’oro) e Ryoan-ji (giardino zen)

Ci svegliamo a Kyoto che visiteremo per l’ultima volta. Lasciamo l’appartamento giapponese di 10 mq e senza rimpianti il futon. Alla fine non era scomodo dormire sul piumone (come lo ha definito mia mamma), però preferisco il letto all’occidentale, possibilmente grande. 

Dobbiamo lasciare le valigie nei Coin Locker in stazione a Kyoto ed ovviamente sono tutti occupati. Il giorno prima tanti erano liberi, tanto da illuderci che non avremmo avuto problemi. Nel cercarne qualcuno libero perdo anche Johnny, che per fortuna trova me e un deposito bagagli. Mitico!

Ora siamo pronti.

Arriviamo a Kinkaku-ji all’ora di pranzo dopo un treno e un bus. Poca fila nonostante sia domenica. 

Non appena varchiamo l’ingresso vediamo subito il tempio d’oro in tutta la sua maestosità. Lo spettacolo è magnifico tanto da consegnarli nel 1994 la nomenclatura di patrimonio dell’umanità e con il Kyōko-chi (il Lago a Specchio) attorno lo splendore del tempio sembra raddoppiare. In previsione di questa visita ho con me il libro di Mishima Il padiglione d’oro che ho iniziato a leggere e che ora non vedo l’ora di finire.

  

Purtroppo l’interno, che contiene le reliquie del Buddha, non è visitabile, ma dalle foto che sono esposte lì vicino anche gli interni sono in oro e sembrano magnifici. C’è anche una foto del tempio d’oro sotto un sottile strato di neve, mi sa che questo luogo è un incanto in ogni stagione. 

Dopo una breve visita al giardino, proseguiamo il nostro tour con un altro tempio vicino. 

Il motivo di questo tempio è solo uno. Johnny qualche giorno fa mi diceva ‘non ho ancora visto un giardino zen’. Gli ho risposto che esiste uno famoso a Kyoto, così eccoci presso il Ryoan-ji, anche questo patrimonio dell’umanità dal 1994. Il giardino attorno è molto rilassante per passeggiare: c’è anche un piccolo laghetto al centro con due cigni. Camminando in questo giardino ci accorgiamo che ormai i fiori di ciliegio stanno sfiorendo ed i petali rosa formano un romantico tappeto. 

  

Ci togliamo le scarpe ed entriamo nel tempio. Ci sediamo sui scalini di legno a contemplare il giardino zen. Questo è composto da 15 pietre e l’esercizio è proprio riuscire a contarle tutte. 

  

 A noi questo giardino fa rilassare talmente tanto che per poco non ci addormentiamo. La ragazza seduta accanto a me lo sta contemplando talmente tanto che non si muove nemmeno e rimane così a lungo da sola a guardare questi 200 mq di sassolini ben rastrellati. Chissà a cosa starà pensando? 

A noi non suscita nessuna emozione particolare, forse abbiamo sbagliato approccio. Comunque Johnny alla fine riesce a contare tutte e 15 pietre. 

C’è il treno per la nostra amata Tokyo da prendere. È tempo di mettersi in moto.

Demi